Fondazione Luciano Bertacchini

Critiche

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Testi critici su Luciano Bertacchini

Francesco Arcangeli, 1947
“Una naturale timidezza assume in Bertacchini un simpatico candore di reticenza poetica che nasce da un serio concetto del fatto artistico e della sua importanza. Non è in lui la presunzione tipica dei giovani tentati dall’orgoglio. C’è invece una delicatezza di modulazioni misurate su un ritmo interiore, destinata a più ampi sviluppi”.
Nino Corrado Corazza, 1951
“(…) Ora, Luciano Bertacchini è un artista. Vi sono cose che desideriamo fatte da lui; cose di cui ha scoperto il segreto, di prima mano, in quel suo vivere solitario nel quale le lusinghe muovono a fare qualche cosa di sentito e di inedito, senz’altro modello che la realtà; nel quale è veramente la sola idea capace di tutto”.
Ferruccio Giacomelli, 1953
“(…) è la sua, una visione delicata, quasi, diremmo, un po’ convalescente, che ha lo charme della sua malinconia e della sua fragilità e se ne compiace. C’è infatti una volontaria rinuncia al pieno tono, all’accento luminoso, al peso e alla consistenza della materia”.
Gazzetta di Parma “a.g.q”, 1954
“(…) di tutt’altra tempra sia Luciano Bertacchini, monocorde e tonale; la sua tavolozza predilige i verdi mallo di noce, gli ocra attenuati, gli azzurri pallidi, i rossi spenti in tonalità graduate, la sua pennellata è sempre ritmicamente sovrapposta per gradi in una sigla che rende il paesaggio con un senso fantastico (…)”.
Dulio Courir, 1956
“Nel quadro di Bertacchini – strade dell’Appennino - è ancora riconoscibile quel suo mondo fra l’inselvatichito e l’estatico in cui riflessa ed attutita avverti l’influenza di una affinata cultura”.
Pian, Resto del Carlino, 21 gennaio 1957
“Luciano Bertacchini è un valoroso postimpressionista, che attraverso Morandi, Semeghini, De Pisis arriva a Cézanne e alla scuola di Degas e Manet. È un paesistico intimista, che nel dialogo lirico con la natura non esegue sganci traumatici, pago di fondere case e alberi, mare e cielo in un soffuso cromatismo umorale. (…) Bertacchini segue un suo ‘iter’ espressivo, dalla ‘Piccola marina marchigiana’ ai paesaggi del 1956 i suoi mezzi, pur aderendo per ‘einfühlung’ ad una obiettività naturalistica, si vanno sempre più poeticizzando in una sintetica dissoluzione di forme. Non è però una paesistica gaia quella del pittore bolognese: una rarefatta malinconia è il sottointeso tessuto lirico della sua traduzione cromatica e figurale. L’angoscia della sensibilità contemporanea si stempera in una pascoliana mestizia”.
Enrichetta Cecchi, Gazzetta dell’Emilia, 30 gennaio 1957
“senza correre l’alea di travagliate metamorfosi espressive, conservi le proprie sagome reali e si contenti di parlare un mite lirismo cui non è estraneo il ricordo, oltre che della scuola bolognese, dell’ultimo più morbido Soffici”.
Arcangelo Rotunno, 1957
“quanto di morandiano può essere avvertibile (…) si diluisce nelle immaginose dissolvenze dello sfondo che ci riconducono alla nativa virtù del Bertacchini di contemplare ogni spettacolo con gli occhi socchiusi della fantasia, con una sensibilità più lirica, quindi, che concretamente visiva”.
Corrado Corazza, Avvenire d’Italia, 2 febbraio 1957
“Ecco: forse pittura d’umore, d’acqua in perpetua evaporazione, di scenari che si prolungano in ogni direzione, senza quinte né cesure (…). Questa pittura di Luciano Bertacchini ha l’attacco diretto sull’osservatore, che si compiace di camminarvi riconoscendone animo e ambiente: forse grato al pittore del trascolorare prezioso dei toni e perfino dell’aggraziata ambiguità dei termini. Come se partecipasse alle strofe di un pulito coro in lode alla vita serena”.
Ferruccio Battolini, La Nazione, 28 dicembre 1959
“(…) ogni pennellata sia in mutua equivalenza di valore e l’impressione di fondo sia conquistata attraverso una rigorosa soggezione di vibrazioni e di palpiti quasi vellutati ad un concetto costruttivo, secondo il quale ogni spazio tonale deve incontrarsi, in una misurata distillazione di ogni spontanea entità di vero, con altrettanti impercettibili filamenti di tenui e pur sostenute luminosità. (…) quasi ovattando ogni riflesso in una distesa giustapposizione di piani assunti a sorprendere fusione, abbia sostituito alla staticità delle ramificazioni strutturali la dinamicità delle trasparenze”.
Emilio Contini, 1960
“una pittura delicata, armonicamente tenuta in una gamma di grigi e di verdi, che fissa sulla tela aspetti e motivi della nebbiosa valle padana e della rugiadosa collina emiliana”.
Corrado Corazza, Avvenire d’Italia, 24 aprile 1962
“(…) Le apparenti nostalgie informali di Luciano Bertacchini, il suo anelito di astrazione, sono soprattutto desiderio di purità, rifiuto delle misure comuni, speranze di poesia. Dalle ‘fumate’ rosa e azzurre che seguirono il periodo descrittivo e aneddotico dell’autore, da un mondo di temporanea e tecnica dissoluzione, vediamo affiorare e prendere corpo un ambiente differenziato, nel quale le apparenti evasioni dal definito, offrono sottintesi e grazia. Cioè una musica nella quale anche le pause hanno significato”.
Giorgio Ruggeri, Il Resto del Carlino, 26 aprile 1962
“(…) il già inconfondibile linguaggio di Bertacchini si è andato affinando, si è fatto più vibrante, (…) sotto le slavate e cineree nebbie padane, che pare consumino il paesaggio”.
Gastone Pezzuoli, 1966
“I paesaggi intravisti, quasi sognati, di Bertacchini,hanno un’armonia consueta nella sua pittura ch’è in prevalenza di paesaggio, nella quale il colore è accennato in immagini misurate e contemplative”.
Emilio Contini, 1967
“Immerse in un’atmosfera brumosa, queste immagini del nostro mondo padano si dissolvono quasi in una pittura estenuata. Bertacchini, porta la tecnica impressionista al punto massimo dell’estenuazione, al limite oltre il quale vi è il dissolvimento completo. Il mondo padano di Bertacchini è un mondo quasi ascetico, di pochi, non la grassa e terrena umorosa realtà di molti. Bertacchini rimane vincolato alle nebbie della pianura, alle brine ed alle nevicate dei nostri Appennini, come ad una lunga stagione invernale in cui il sole appaia poche volte e, sempre timidamente; quasi una lunghissima “notte bianca” in cui non vi è posto per l’esuberanza degli elementi e degli uomini”.
Renzo Biason, 1968
“(…)una pittura che proprio non ha bisogni di presentazioni, perché parla da sola. Tanto è chiara, leggibile, senza infingimenti, scoperta, nei suoi pregi e nei suoi difetti. Vorrei definirla con poche parole: l’espressione poeticamente sensibile di un uomo sensibile, leggermente incline alla malinconia; non sradicato dall’oggi, però, e niente affatto crepuscolare. Un sognatore, direi, un amante della natura nei suoi spetti luminosi e casti. Bertacchini,dipinge in prevalenza paesaggi; e in tale genere raggiunge i migliori risultati. I suoi quadri si presentano allo spettatore quasi immersi in una leggera nebbia; prevalgono i grigi perlacei, che si scaldano nei toni dell’autunno. Egli, in tal modo, smorzando cioè le tinte in trapassi talvolta finissimi, ottiene risultati di un lirismo pacato e luminoso. Niente, però, di vago o di incerto; la costruzione sotto le delicate, aeree tonalità, regge, e il taglio, la composizione sono sempre di un pittore che ha fatto proprie, con intelligenza, le esperienze dell’ultimo post impressionismo. L’intelligenza si dimostra anche nel senso del limite. Bertacchini non strafà mai, e non esce da un mondo che qualcuno potrà anche ritenere limitato, ma che in compenso è suo. E appunto per questo coi suoi dipinti può essere aperto un colloquio. Come capita con chi ha qualcosa da dire. Il colloquio con la pittura di Bertacchini è disteso, sereno, consolante”.
Mario Portalupi, 1973
“Il pittore conduce un dipingere sottilmente tonale su estreme finezze di valori, in quell’intramato flou della paesistica emiliana che, nell’apparato impressionista, sembra avere avuto corrose le immagini da un’aria chimicamente a reazione acida. È un modo di dire, perché tutto ch’entri nell’aggregato del paesaggio rurale piuttosto che adriatico bertacchiniano, è morbido e soffice come lievissime falde di ovatta variopinta: (…) siamo davanti a un lirico autentico; non solo, ma davanti a uno che nell’ambito della pittura tonale d’Emilia oggi ha un potere linguistico difficilmente superabile”.
Luciano Budigna, 1974
“(…) è una pittura, quella di Bertacchini – cioè un linguaggio, uno stile, un modo di vedere, di esprimersi, anche di vivere e di essere – che è la precisa e meditata risultanza di una scelta esistenziale e spirituale, morale e religiosa, psicologica e tecnica – una scelta che ha investito e compromesso, intero e per sempre, l’uomo e l’artista – avvenuta molti anni fa (al tempo, ma forse anche prima, del suo alunnato con Guidi e Morandi). L’amore del paesaggio, certamente, e di un determinato paesaggio, ben s’intende (quello padano e appenninico), e di particolari stagioni dell’anno (il tardo inverno, la prima primavera) sono le radici più fonde della vocazione poetica bertacchiniana: e la purezza, la castità della luce e delle immagini: quasi una verifica simbolica della presenza dell’anima e dello spirito o della poesia dentro la pesantezza, la grevità della materia, l’urgenza del sangue, la pienezza della linfa. (…) La produzione pittorica di Luciano Bertacchini, in un ormai lungo arco di operosità, è piuttosto esigua, ma ogni suo dipinto è un piccolo poema che può essere riletto all’infinito senza che venga mai a noia (come accade, appunto, con i versi dei grandi lirici: con Petrarca, con Ronsard, con Leopardi); e l’intera opera sua, così discreta, così lontana dai clamori del presente, si pone (anche se non molti ancora lo sanno) in un luogo ben rilevato nella prospettiva artistica di casa nostra”.
Luciano Minguzzi, 1978
“(…) Sono veramente esultante, felice di aver visto le tue ultime opere che mi hanno procurato tanta gioia, tanta pace. (…) Le tue opere mi hanno portato una ventata ottimistica, consolatrice. Hai portato una chiarificazione al tuo pensiero e al tuo mondo pittorico in maniera serena, staccata dal tumulto di questo mondo impazzito e i tuoi paesaggi danno la vera misura dell’uomo e dell’artista che sei. I colori decantati assumono toni che degradano in passaggi che direi soffiati (“soffiati” penso sia la parola più giusta) e le cose si smaterializzano e trovano una esaltazione che le rende incantate. E tutto questo sei tu; Bertacchini uomo, tu che parli piano, sottovoce. Tu, Bertacchini, che tante volte vorresti dissolverti e scomparire davanti al tuo interlocutore e che, in bisbiglio, sorridente apparentemente con noncuranza, lasci cadere parole importanti e vere, parole magiche e di poesia (…)”.
Franco Pone, Nuova Mutina, 15 novembre 1981
“I paesaggi di Bertacchini sono specchi che riflettono sentimenti sostanzialmente pacati e sereni, rêveries (…); il nome di Bertacchini, viene accostato a quello di Semeghini, Vellani Marchi, Lilloni e Pelloni, ma in realtà la sua pittura è un mondo a sé e neppure può essere assimilata al chiarismo: il timbro dei suoi quadri è dato da una medietas tonale che non subisce trasalimenti”.
Adriano Baccilieri, 1981
“Subito, per Bertacchini, bisognerà dire che una natura schiva e dolcemente introversa lo teneva appartato dai dibattiti e dalle polemiche o, più semplicemente, dalle animate discussioni nei caffè che erano allora autentiche ‘tribune’ per esporre e confrontare i diversi pareri sull’arte e la cultura. Spirito sottile e sensibile naturalmente disposto a seguire anche il filo teorico dell’evoluzione dell’arte contemporanea, come ha poi dimostrato la sua attività di critico e giornalista, Luciano Bertacchini deve avere fatto tesoro delle voci ascoltate per rimeditarle in privato, maturando personali e radicate convinzioni sulla direzione che il suo lavoro avrebbe seguito. Da allora ad oggi il pittore ha svolto con estrema coerenza un discorso imperniato su pochi temi (paesaggi, marine, nature morte) nell’intento di concentrare la sua ricerca sulla natura stessa della pagina dipinta e sulle sue intrinseche componenti, colore e luce in primo luogo. Per lenta distillazione, grazie ad una sapiente elaborazione della pelle dei dipinti, le opere sembrano oggi suggerire l’idea di una quinta essenza della pittura. Nel suo lavoro confluisce certamente una vena naturalistica congeniale ad altri artisti bolognesi; ma quello di Bertacchini è un naturalismo ‘intimistico’ nel quale – come una memoria – il velo cromatico della buona eredità post-impressionista si stende sulla luce diafana di un particolare personale ‘chiarismo’, che l’occhio del pittore ha forse assorbito frequentando - dopo l’Accademia – le atmosfere e l’arte del Veneto, antica e contemporanea. Così, lontano dagli spessori materici e dalle pulsioni di colore accese che la pittura bolognese registrava con il momento di ‘Cronache’ prima e con gli episodi del ‘ultimo naturalismo’ poi, Bertacchini ha dato vita ad una personale forma di naturalismo che colpisce per gli accenti di dolce e lirica nostalgia. Immagini toccate con squisita sensibilità al colore e alla luce, labili all’occhio, ma di qualità e tenuta intensa, trascolorano nell’atmosfera diafana di un primo autunno, nella nebbia dolce dell’inverno, nelle foschie avvolgenti dell’estate o si scompongono nel tessuto tenero dei colori della primavera. E i suoi dipinti sono così davvero ‘soffiati’, come ha detto bene Luciano Minguzzi per una recente mostra di Bertacchini. Forse perché solo una simile immagine può trasmettere quella sensazione di sottile e penetrante struggimento che si avverte di fronte alla natura, come di fronte ad una presenza cara che lentamente scompare ”.
Dino Pasquali, Eco d’Arte, 1985
“Naturalismo è una voce che nel corso della storia del pensiero umano ha assunto i più vari significati (cariche semantiche, si direbbe oggi). Nell’uso pittorico – altamente pittorico – di Luciano Bertacchini il senso è quello d’un rivolgere l’occhio e l’animo alla natura, alle sue immagini visive, per poi restituire di codeste un traslato sentimentale, poetico, lirico. E la rappresentazione, meglio, la ricreazione – chirista, fatta di suggerimenti, di cenni piuttosto che di definizioni mimetiche – che l’autore fornisce di modelli esterni, di un campo, d’un vigneto, d’uno scorcio paesano, d’uno o più oggetti, mostra sì precipui caratteri, tali finezze emotive che, ad onta della delicatezza dei toni, delle sfumature, non dovrebbero lasciare indifferente neppure chi milita (magari nella condizione della volpe che non riesce a carpire il grappolo d’uva) sul cotè dell’avversione alla tradizionale pittura di pennello (…)”.
Giorgio Ruggeri, 1986
“(…) Bertacchini non ha mai avuto incertezze né crisi di identità. Con fedeltà assoluta al proprio trend e coerenza esemplare, la sua pittura è passata indenne attraverso varie correnti e movimenti che hanno non poco sovvertito il campo delle arti. Le uniche tracce reperibili di questa guardinga concomitanza del pittore bolognese con le avanguardie – se di tracce si può parlare – sono a mio parere un più decantato lirismo e un maggior spessore nella qualità della pittura. Per tanti versi, una maturità felicemente raggiunta. Il paesaggio del vicino Appennino bolognese e i porti dell’Adriatico sono il bersaglio preferito. Dietro al fogliame, agli arbusti e alle vigne s’intravvedono appena sparsi casolari che le nebbie dell’autunno o le mutevoli foschie di albe primaverili o l’attenuata luce dei crepuscoli affondano fra i vapori della terra; dietro sparse alberature di velieri sfumano pallide marine, e i confini delle cose e le cose stesse sembrano delinearsi in una realtà sospesa e trasognata. Sono paesaggi rivisitati più e più volte e altrettante volte proposti con rinnovato spirito, immediata partecipazione, immutato amore. Sono variazioni sul tema costante di una natura sempre uguale e pur sempre diversa. Col mutare del giorno e delle stagioni il paesaggio si trasforma: basta una diversa angolazione, un tono più basso di colore, una mezzatinta più morbida, una sfumata trama, un leggero movimento d’ombre o il tenero verde dei germogli che il tempo fa più intenso per poi indorarsi e quindi sparire. Bastano questi lievi trasalimenti della natura affidata a lievissimi tocchi di colore, a tenui brume, a un niente, per registrare nei quadri di questo sottile pittore tonale un diverso sentimento, una metafora nuova nel mistero della natura. Se hai fretta o se qualcosa ti angustia, non perdere tempo e tira via: non soffermarti a guardare i quadri di Luciano Bertacchini, e datti buon tempo. Ma se sei in pace con te stesso e sai leggere un quadro, soffermarti e considera con cura la sua autorevole opera pittorica. Ogni quadro sembra scandire le stesse note, ma è solo apparenza. In realtà – lo si è detto – ogni tela lascia intravvedere il mutevole gioco della luce che sommessamente si dipana e fa riscontro nella tenue variazione dei colori. Non c’è ombra di monotonia. Forte della lezione di Morandi, che gli è stato maestro all’Accademia di Bologna. Bertacchini sa che la poesia è una misteriosa entità che si muove con circospezione fra le piccole cose. È una sorta di ineffabile understatement che esige, per essere avvertito, uno sguardo d’amore. Ci sono pittori che hanno salvato la loro personalità e la loro dignità senza fare concessioni di sorta, né verso una corrente né verso il mercato. Con la sorridente umiltà di chi sa di possedere, senza ostentarlo, un proprio linguaggio pittorico in grado di esprimere compiutamente i propri sentimenti, e di sapere interpretare non banalmente la realtà del suo tempo, Bertacchini lavora e assiste in disparte al corso degli eventi . Il suo è un ininterrotto canto d’amore, un lungo addio. È lo struggente rimpianto di chi giorno per giorno avverte nella natura un processo irreversibile di estraniamento. Bertacchini è qui, in questa sua paziente attenzione ai piccoli fatti di una natura mansueta e disarmata, in questo suo sognare un mondo che ci sta sfuggendo dalle mani. Che fare, che ci attende domani? Fa quello che devi e avvenga quel che può, suggerisce un’antica regola laica. Forse c’è solo un modo, caro Luciano, per porsi in salvo: lavorare facendo lega con i veri poeti, anche se sono soltanto due in tutto il mondo”.
G.P., Il Resto del Carlino, 28 marzo 1986
“cose viste e ritratte, apparentemente avvolte nelle nebbie della memoria o della nostalgia, (…)voci sommesse ripetute; una fedeltà d’immagine che diventa pagina poetica, anzi pagine e pagine (…); niente toccata e fuga, ma l’abbondanza della quiete cara ai poeti: una trama quasi esile, ma alla fine con la forza della tenacia, che è anche personalità d’artista”.
Franco Solmi, 1988
“un pittore discreto e solitario che coltiva, a livelli d’altissima sensibilità, un’immagine singolare ove i valori tonali e di atmosfera prevalgono su quelli di struttura e la suggestione lirica e poetica trasforma, pur senza annullarlo, il dato di realtà”.
Dino Pasquali, 1990
“Fra le poche voci di ‘sirena’ che mi inducono a non distogliere l’orecchio dall’ ‘inattuale’ favola della ‘pittura per la pittura’, quella di Luciano Bertacchini è per me una delle più seducenti (sebbene io sia ritenuto un ‘contenutista’ viziato dalle idee, piuttosto che attratto dalla forma in cui esse vengono calate). Il suo non è un naturalismo d’attacco, e neppure un mascheramento del dato oggettivo con formulette di pretensione modernista. Fissato il circostante con l’occhio interiore, Bertacchini lo “risuggerisce” in delicate, talvolta “brumose” atmosfere, ovvero lo ricrea secondo le indefinibili, ineffabili, leggi di quella che per solito chiamiamo poesia. E ciò al di là dell’evidente raffinatezza del mestiere, dal felice, costante rapporto tra tecnica ed espressione”.
Franco Basile, 1991
“La realtà trasferita in uno spazio-luce libero da ogni riferimento analitico, la natura e le cose che si stemperano nella vaghezza della composizione artistica. Ecco i segnali di Luciano Bertacchimi, quella sua scrittura venata da una impalpabile senso di malinconia, quegli accordi cromatici, quelle chiare atmosfere che si svolgono quasi segrete come un canto interiorizzato. C’ è qualcosa di affettuoso e di eroico in questa professione lirica, un fare appartato, quasi geloso di una confidenza con la pittura che dura da una vita, un modo di raccontare e di raccontarsi attraverso le minime cose della quotidianità o con la trasposizione dei mille motivi offerti da un mondo verzicante e modulato qual è quello delle amate colline. Tracciare le notti e gli orizzonti, annotare l’inesprimibile, comporre le architetture delle nature morte fino alle cifre simboliche di manifestazioni ambigue e sublimate da strisce luminose, suggestioni dove la realtà si associa con l’emblematico – poetico (…)”.
Enrico Crispolti, 1993
“Il naturalismo lirico sviluppato negli anni in modi d’accento personale nel lavoro di Luciano Bertacchini mi sembra rispondere sinceramente ad un livello di vagheggiamento di memoria, interiormente idealizzato, di luoghi padanici, che risulta tipico di una determinata cultura d’immagine come controparte, di ininterrotta e rassicurante tradizione postnovecentesca, rispetto al radicalismo esistenziale informale della “Padania” di cui parlava Arcangeli”.
Franco Basile, 1994
“Nella poetica di Luciano Bertacchini il filo dei colori si avvolge attorno alla sfera del reale come una vibratile entità, qualcosa che scende sul visibile quasi a volere indicare la malia del nulla o la potenzialità seduttrice di un riverbero di memoria che smuove nostalgie lontane. Fibre di pigmento (emblemi cartillaginosi di una scrittura ormai estranea al semplice referente cromatico e formale), sono appunti di una deliberata riduzione di toni che, facendo leva sulla luce, evocano un chiaro desidero di assolutezza. (…) Ecco allora il filo dei colori farsi conduttore di un dialogo con le cose mentre una fantasia senza codici allaccia i tocchi di un’esistenza che pare votata a salvare dall’insidia dell’oblìo i pensieri raccolti fra le ombre di un vigneto o a riunire con un cenno di vernice, l’immateriale senso del passato. (…) Cominciare un dipinto è un silenzioso azzardo, un’avventura che Bertacchini intraprende sulla via di pacate riflessioni finché i tratti del reale si fondono nel nontempo di una tabella incantata, finché il dipingere si fa esorcismo contro la finitezza delle cose, finché lo sguardo ammicca a una magia colorata in grado di scartare l’irrilevante per giungere all’essenza dei tratti circostanti. (…) I giorni delle scommesse giovanili e della ‘consecutio’ novecentista sono lontani. (…) C’ è un che di umile e allo stesso tempo di eroico in questo svolgimento d’arte, in questo fare nel silenzio quasi geloso di una confidenza con la pittura che dura da sempre, in questo modo di raccontare e di raccontarsi attraverso i piccoli eventi di tutti i giorni. Tracciare le notti e immaginare i palpiti che contrassegnano il brulicare dell’esistenza oltre l’ispido delimitare di un crinale: e annotare l’inseprimibile, o assecondare le costruzioni delle nature morte fino a collocare nel fraseggio cromatico le cifre di quelle suggestioni che la pratica associa all’emblematico – poetico. (…) Un cammino lineare sull’onda di suggerimenti calibrati da grande sensibilità e da una particolare attenzione a quanto si svolge nel segno della chiarezza e della creatività. Morandi, Virgilio Guidi, ma anche De Pisis e Soffici ai quali vanno aggiunti i francesi, la luce virgolettata di Seurat, le intuizioni del Monet delle ninfee e delle cattedrali. E perché no, le componenti fantastico – inventive e l’articolazione spaziale di certi maestri dell’astrazione. (…) Tra indugi nell’atelier e riporti di natura, le annotazioni formano oggi una grossa somma esistenziale. Colori decantati sulla patina del tempo, segni che racchiudono tracce di geografie da decifrare, dettagli di luce che alludono a un destino poetico”.
Eugenio Riccomini, 2000
“La vita gli è scivolata addosso con lieve carezza. E stupisce, oggi, vedere sul suo volto un sorriso quasi timido, e d’un candore che sa d’infanzia; appena un poco contraddetto dallo sguardo acuto, da cui trapela non so quale ironia: forse sulle assurdità del tempo che lo circonda, sulla fatuità delle mode (su cui, più volte, ha scritto note garbate, ma limpide), sulla cui tranquilla decisione di starsene da parte, per suo conto, a dipingere ciò che gli piace, come gli piace. E sì che di cose anche spropositate ne sono successe, attorno a lui, negli anni. Avrebbe persino potuto, che so, passeggiare adolescente accanto a Monet, nel suo bel giardino, se allora avesse usato prender treni e varcar frontiere; e certo ha qualche ricordo delle feste pubbliche in piazza per la fine della prima guerra mondiale. La seconda se la ricorda meglio, perché gli distrusse in un baleno di fiamme e di schegge casa e studio in via delle Lame, con tutti i suoi dipinti fatti in dieci anni e più. Ha la stessa età, insomma, di Rossi, con cui si incontrava, di Minguzzi e Mandelli, con cui si incontra ancora. Ed è, come loro, bolognese: il che significa, dal Pascoli in poi, condividere in modi vari ma non tra loro dissonanti, l’idea che l’arte non ha granché a che fare col prendere aerei e passare da un continente all’altro; che una quieta e serena bellezza ci sta proprio qui attorno, nei colori d’ogni nostra stagione, e che può essere una meta ben appagante star lì a guardarla, e condurla sulla tela, fermarne il ricordo, il trascorrere.
È cresciuto, come i suoi amici, accanto a Guidi, a Morandi.
Ma già sapeva, come tutti, che a scuola non si va ad apprendere una maniera, uno stile; ed infatti, nei suoi dipinti, non si trova traccia alcuna di quei due pur fascinosi maestri. Da loro ha appreso, però, una palese (anche se non detta, non polemica) diffidenza per l’esibita sicurezza di ogni anche nostrano naturalismo di sapore ottocentesco: nessun gusto del bozzetto, insomma, né del corrusco tramonto, né del bagliore dei meriggi sui campi e sulle messi, né cieli striati di nubi temporalesche e neppure nebbie agli irti colli, e così via. Luciano Bertacchini, insomma, non ha forse mai firmato manifesti, non ha aderito a gruppi vocianti, non ha scritto proclami; ma sta da sempre ben dentro all’età moderna, senza nostalgie né rimpianti. Ci sta però, naturalmente, a modo suo. È fedele ad uno stile privo di clamore, e quasi silenzioso. Anziché sgolarsi, la sua pittura pare un soffio: come gli scriveva, anni fa, il suo amico Minguzzi, la cui indole sanguigna non gli impediva di intenerirsi per il delicato candore d’un’ indole opposta alla propria, di cui riconosceva la purezza del canto. La purezza, s’intende, è quella d’una pittura sgravata da ogni turgore della materia, e distesa sulla tela quasi con la levità d’un acquerello.
E si pensa, infatti, ad una innamorata assiduità con le cose più estreme, negli anni di quel vecchio che s’aggirava tra i pendii attorno ad Aix-en-Provence, ritornando sempre sugli stessi motivi, e ogni volta provandosi a mantenere la saldezza dei volumi rendendoli però più leggeri e trasparenti; cogliendo, delle rocce e degli alberi, non la consistenza ed il peso materico, ma la luce che ne definisce l’apparenza. Colli e marine, quindi: ma con l’orizzonte alto, perché l’occhio possa a suo piacimento cogliere ogni vibrare delle fronde, delle forre, o delle vele, degli alberi delle paranze; ed anche l’intrico dei cespugli, dei rami: come si vede in quelle sue piccole e così nitide incisioni, che si direbbero appunti presi dal vero, e che anch’esse non somigliano a nessuno dei fogli dei suoi diretti maestri (di Morandi, cioè: che, senza certo volerlo, ha fatto sì che ben pochi, dopo di lui, s’azzardassero a toccare una lastra). Paesaggi appena sfiorati con lo sguardo, e resi con pennello magro e lieve: quanto basta ad evocare, sotto una luce sempre meridiana e priva di contrasti accusati, le tinte senza brillìo, e quasi velate di polveri e di vapori, delle cose che stanno lì davanti; e la distanza fra l’una e l’altra, senza artifici di prospettiva, ma che pure s’avverte nell’impallidirsi dei toni, nel progressivo confondersi delle striature del pennello sull’imprimitura chiara, che traspare.
È questa sua tranquilla e ostinata fiducia nella solare bellezza su cui l’occhio ogni giorno si posa (e che occorre, sempre più, andarsi a cercare, però) che lo ha tenuto su un sentiero parallelo, ma discosto da quello percorso dai suoi amici nella bella stagione della pittura senza forma. Anziché tuffarsi a capofitto in ciò che della natura restava, Bertacchini ha tenuto le distanze: per meglio guardare, per contemplare in pace. Ha continuato, infatti (diversamente dagli altri) a disporre sul tavolo cose tutte agevolmente riconoscibili: la solita brocca, la mela, il fiore secco, e persino il pacchetto di Muratti con la sua striscia rossa e blu. Naturalmente, oggi, tutto ciò è pressoché proibito.
Bertacchini lo sa benissimo; ma non s’immischia, né pretende nulla. Continua a dipingere come gli piace (come a noi, e a molti piace), e si prende il suo tempo. Tanto, le colline, le brocche e i fiori sono sempre eguali. E, perdipiù, si tornano a vedere sempre più spesso, anche nelle gallerie alla moda.
Michele Fuoco, il resto del Carlino, 28 febbraio 2003
“Sono gli ‘umori’ della scuola bolognese a rendere pregnante la pittura di Bertacchini, senza dimenticare che egli è stato allievo di Virgilio Guidi e Giorgio Morandi all’Accademia di Belle Arti. E proprio lo spirito morandiano aleggia nella nature morte di Bertacchini, dove vasi e fiori, pur nell’ossequio alla realtà, vengono sottoposti ad un processo di decantazione, consentendo, in composizioni di tonalità d’armonia, una visione suggestiva ed emozionante. Il suo lavoro sembra determinare una straordinaria convergenza del gusto artistico bolognese anche nei paesaggi (viti e case, nevicate, porto adriatico), dove l’anelito verso forme di libertà si traduce in un ricco tessuto di segni, secondo un ritmo che, ricordando, anche se con elementi più lievi, ‘ L’ultimo naturalismo’, professato dal critico Francesco Arcangeli, ha come termine di paragone non tanto l’esperienza concreta, quanto i nuclei emozionali che essa serba. “
Franco Basile, il Resto del Carlino, 10 ottobre 2014
Negli ultimi tempi i punti di osservazione li aveva scovati tra le alture che da Castel San Pietro si inseguono fino a Dozza. Paesaggi, soprattutto visioni capaci di sovvertire la caducità di un presente che egli preferiva inquadrare attraverso il velo dell’immaginazione. Che cosa nascondeva il ciuffo di un albero, che cosa correva al di là di un filare di pioppi? Rastrellando con l’occhio e il pensiero il succedersi delle colline pareva volesse scoprire chissà quale segreto, qualcosa che si agitava al di fuori di ogni significanza. Luciano Bertacchini, sistemato il cavalletto nello sbalzo di un costone, traguardava scorci di natura per metterli in relazione con sedimenti di memoria, con segni e colori che dovevano denunciare ai suoi occhi sintomi di poesia. (…) Bertacchini soppesava silenzio e solitudine, elementi che pareva dessero respiro all’ansia della reinvenzione. Il repertorio dell’artista bolognese si sviluppa lungo una striscia interrotta solo dalle vicende militari. Una delle sue prime personali risale a Verona, e di qui un succedersi di iniziative un po’ ovunque, fino all’ultima apparizione a Monzuno dove nel 2006 prese parte a un omaggio al pittore Giuseppe Gagliardi. Bertacchini è scomparso a Bologna nell’ottobre di quattro anni fa nella sua casa di Via del Piombo, a poca distanza da via Fondazza e dall’abitazione dove Giorgio Morandi ha vissuto cinquant’anni. Come l’ambasciatore di un mondo dal lirico all’intimismo, Bertacchini ha saputo trasformare il senso minimale di ciò che aveva di fronte in resoconti dai toni misurati, pur nell’intensità della ricerca. Dalle nature morte alle marine, dagli interni agli oggetti dello studio, fino ai paesaggi degli ultimi anni, dolci saliscendi e svolte pianeggianti, un mondo raccontato tra luci ed elementi che a tratti emergono da una sorta di bruma, alberi e case, immagini nelle quali si manifesta la carica evocativa di ciò che si è perso, tratti appena accennati di una realtà come simulacri di pensieri che si rincorrono nella magia del colore, quindi segnali di un tempo trascorso sull’onda di una stupita solitudine. (…) un autore che sembrava riflettere nella tela negli scritti l’espressività simbolica di un mondo tutto personale.
Adriano Baccilieri, 2015
L’etica dell’incisione, nel suo canonico e deliberato ‘ritiro’ sospeso fra pensiero, tékne e pòiesis, richiede artisti d’elezione. L’opera di Luciano Bertacchini lo mostra votato alla pittura, come attestano pure nutrite testimonianze di molti suoi autorevoli esegeti, e come riconosceva l’artista stesso; il quale tuttavia ha alimentato anche la sua intensa vena d’incisore, nella stessa declinazione propria dei dipinti, fatta d’aure trasparenti e soffuse, dalle quali nature, e percezioni di paesi e marine appena trapelano. Quanto all’incisione, quella di Bertacchini appare dunque un’elezione riflessa, indotta dalla pittura e ad essa parallela, piuttosto che una facoltà autonoma ed originaria, come accade per gl’incisori che si dedicano alla disciplina in via esclusiva. Nondimeno, Bertacchini è incisore d’elezione per la sottile ed intensa qualità del suo segno, che magistralmente interpreta il linguaggio del bianco e nero, e in modo affatto singolare. (…) Luciano Bertacchini, artista galantuomo, s’è limpidamente ritagliato il suo ruolo, quello votato all’invenzione dell’immagine, e dell’incisione della stessa, ma in una declinazione tutta sua; è tale infatti la levità del suo tratteggiare con il bulino da poter definire la sua azione un ‘disegnare in lastra’, affatto opposto all’idea che dell’incidere dà il suo lessico latino, sculpsit – scolpì; tanto da dover pensare ad un energico scultore all’opera, anziché ad un fremente violinista quale appare Bertacchini mentre traspone in lastra le note del suo segno. (…) Si potrebbe sostenere, e nemmeno paradossalmente per quanto esposto, che le opere di Bertacchini sono un’opera sola, pur nella scansione duale di paesi e nature, i suoi soli temi (salvo qualche variazione occasionale); e che appaiano come le pagine di un taccuino intimo sfogliate avanti ed indietro con dolce ossessione, dove il soggetto della visione c’è – si vede, affiora appena talora, o talora s’innerva e consiste - ma potrebbe essere anche il pretesto per un’ininterrotta ricapitolazione dei segni della mente, e delle sue emozioni. (…)

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Fotografia di Alessandra Lanfredi - Credits: AmBios - Ubi Web